Terzo settore e garanzie per i crediti: serve ben altro

Non sono state prorogate le garanzie per i crediti agli Enti di Terzo settore con forma non imprenditoriale, misura modesta approvata in fase emergenziale, resa fruibile di fatto solo in ottobre.

04 marzo 2021
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di Stefano Boffini, Cassa Padana

La scorsa settimana è giunta la notizia, sorprendente e per certi versi sconcertante, della bocciatura degli emendamenti presentati da quasi tutte le forze politiche che intendevano prorogare la garanzia pubblica al credito per le organizzazioni di terzo settore con attività non commerciale. Anche se non si trattava di contributi a fondo perduto – che peraltro si sarebbero pure meritate – ma solo di garanzie al credito!

“So ciarìt”, si direbbe in dialetto bresciano!

Già il mutuo chirografario di 30.000 con la garanzia statale, anch’esso ottenuto a colpi di emendamenti, è stato una “briciola”, rispetto alle esigenze di certe realtà.

Come nel caso delle case di riposo, strutturate come fondazioni, che nel 2020 hanno preso una “legnata” fortissima.

Per chi aveva patrimonio alle spalle le banche sono potute intervenire a sostegno, con operazioni di liquidità che hanno aiutato a scavallare il periodo. Per tutte le altre case di riposo e altri soggetti di terzo settore è molto più difficile che, in assenza della garanzia statale, le banche possano concretamente dare una mano.

Mentre molti soggetti necessitano di una profonda riorganizzazione e ridefinizione di servizi che non può certo avvenire in tempi brevi, il merito creditizio si è spesso già esaurito.

In ogni caso per il futuro sarà dura.

Non si riesce davvero a capire il senso di una simile decisione, a maggior ragione in questa fase dove la coesione sociale è considerata una priorità trasversale, fondamentale sia per affrontare l’emergenza sanitaria che soprattutto per superare quella economica.

A meno che non si voglia lasciare solo allo Stato e agli enti pubblici il perseguimento della coesione sociale.

Con buona pace dell’efficacia e dell’efficienza dell’allocazione delle risorse, senza considerare poi il valore in sé della partecipazione diretta delle persone a meccanismi che alimentano il capitale sociale e generano bene comune in un territorio.

Non a caso l’Europa individua lo sviluppo dell’economia sociale come uno dei filoni guida da seguire in futuro, ma le bozze finora girate del Recovery plan, per usare un eufemismo, sono alquanto deludenti, come in modo autorevole è stato ampiamente già evidenziato.

Si legge che il terzo settore ha mostrato più di altri capacità di resilienza. Boh! Forse…. Ma le attività sono da svolgere, gli impegni da onorare, la mission da non snaturare.

Non è perché sei “terzo settore” che con cinque pani e due pesci riesci a dare da mangiare a 5.000 persone! Le regole di base per la sostenibilità sono le stesse delle imprese e molte realtà ne hanno la dimensione e la struttura organizzativa.

C’è un evidente bisogno di aiutare le realtà del terzo settore a riorientarsi, ridefinire i servizi, a migliorare l’assetto patrimoniale, ad accorparsi quando è necessario e a rafforzarsi dal punto di vista organizzativo.

Tuttavia, anche se c’è la volontà, non è che si può fare molto, se non ci sono strumenti a disposizione.

Lo stesso discorso vale per le cooperative sociali che in questa fase, in quanto imprese, hanno potuto beneficiare degli interventi emanati dal Governo negli scorsi mesi.

Con la batosta mediamente subita nel 2020 e le attuali normative, sarà difficile anche per loro accedere al credito necessario per riorganizzarsi e ridefinirsi, alla luce del contesto in cui stiamo vivendo e che ci aspetta nei prossimi anni.

E in questo ragionamento dobbiamo purtroppo accumunare anche tanti artigiani e in generale piccole e medie imprese.

Occorrono strumenti per accompagnare, ma soprattutto è necessario che gli istituti di credito possano agire con più flessibilità e anche buon senso, con margini di movimento che in tutta onestà oggi non si intravedono.

Così perseguiremmo anche meglio il nostro stesso interesse diretto, perché il rischio reale è di perdere “tante”, “troppe” organizzazioni e di impoverire i territori.

Dietro ogni realtà di terzo settore e di impresa, ci sono infatti storie di persone e attività spesso di assoluto valore.  E con questo assolutamente non si vuol dire che si deve per forza tenere in vita realtà che non “stanno più in piedi”.

In realtà non credo che dietro la decisione di negare la garanzia pubblica ci sia un disegno preordinato.

E’ probabile che ci sia semplicemente una mancanza di conoscenza di cosa il terzo settore rappresenta e la funzione che svolge. E onestamente non so se questo sia meno grave.

Spesso si sente dire che, particolarmente in questa fase di crisi, servono persone competenti a guidarci, in ogni campo. Sono d’accordo.

Non ho fatto gli studi classici, però mi ha sempre affascinato l’origine della parola “competente”, che deriva da “competere”. Originariamente non era intesa con il significato di concorrenza gli uni contro gli altri che oggi le attribuiamo. In latino “competere” significa “andare avanti, lavorare insieme”.

Sono certamente importanti gli studi, le procedure, i tecnicismi. Nessuno ne nega il valore, ma non giustificano rigidità assoluta e distacco, e perché no mancanza di sensibilità, rispetto alla situazione così come realmente è.

Una persona è quindi pienamente “competente”, quando in più sa anche lavorare insieme agli altri, ascolta ed è in stretta relazione con chi opera sul campo, sporcandosi le mani e scontrandosi anche con la realtà che è molto complessa e articolata.

Si, credo che una volta di più abbiamo avuto la prova c’è bisogno di persone competenti!